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alla ricerca di possibili cammini di comunione
Per cominciare….
Siamo qui riuniti proviamo allora a condividere insieme alcuni punti che possono aiutarci nel nostro discernimento:
-
Sguardo attento e positivo
Usciamo dalle nostre preoccupazioni, dai problemi da risolvere lasciati a casa, cerchiamo di vivere l’oggi in positivo, regaliamo ai nostri vicini un ‘grazie perché ci siete’, ‘senza di voi non sarebbe lo stesso’. Vi invitiamo a mettervi a vostro agio ed a rivolgere uno sguardo di simpatia e benevolenza verso i vostri vicini di sedia. Come in una famiglia nessuno deve essere o sentirsi spettatore. Ciascuno di noi fa la storia delle équipes, nessuno è inutile… -
Ascolto attivo
Liberiamo il campo dall’idea di “questo l’ho già sentito” perché la novità in assoluto è ciascuno di noi, sono io in questo momento, ad esempio, che do il mio contributo perché la sessione riesca nel migliore dei modi. Probabilmente da noi non sentirete cose o concetti nuovi, l’importante è ricordarsi che cambiando atteggiamento di ascolto si possono trovare nuovi percorsi o addirittura ‘intercettare’ delle chiamate… -
Nessuna ricetta ma creatività
Forse qualcuno di voi è venuto qui pensando di ascoltare un piccolo sermone sull’importanza della riunione e magari della partecipazione. In realtà non abbiamo ricette e pensiamo che non servano a gran che. L’unica cosa importante è la consapevolezza che siamo chiamati sempre all’amore degli altri (vicini e lontani) ed è verso costoro che deve orientarsi il nostro impegno di comprensione ed azione mettendo a frutto la nostra creatività. -
I talenti
Siamo tutti più o meno coscienti delle nostre imperfezioni e dei nostri limiti e questa consapevolezza è un fatto positivo, altrimenti saremmo tentati di affidarci non a Dio ma alle nostre capacità. Non dobbiamo però dimenticare che ogni incontro è una chiamata ad un amore più grande che ci spinge a mettere a frutto di più e meglio le nostre specificità di cui forse nessuno sino ad ora ha beneficiato appieno, a dissotterrare, scoprire e spendere i nostri talenti. -
La diversità come ricchezza
Siamo diversi, a volte molto diversi, e spesso le nostre relazioni sono difficili e faticose, non c’è niente di automatico, niente di scontato. Dove c’è relazione tra persone vi sono differenze di modi di vedere, di reagire, di rapportarsi alle situazioni. La differenza non è un incidente di percorso ma, al contrario, è un dono. Nell’incontro-scontro con gli altri ci si arricchisce se si accetta la diversità e ci si scopre complementari. -
Non farsi scoraggiare dai ‘più bravi’
Non facciamoci troppo influenzare dagli altri. Ognuno ha la sua strada, il suo modo di essere. Ricordiamo una delle prime sessioni alle quali abbiamo partecipato…quando dopo aver sentito diverse testimonianze di case aperte, di accoglienza di tossicodipendenti, ci siamo sentiti molto piccoli. Di fronte a simili modelli ci sembrava ben poca cosa il nostro piccolo contributo. Con il tempo abbiamo poi capito che era molto bello sapere che esistono persone così ma anche che nessuno è ripetibile.
Iniziamo ora il nostro cammino….
Gesù era morto da pochi giorni e quelli che lo avevano seguito non potevano farsi vedere in giro come prima. I discepoli avevano bisogno di incontrarsi, di raccontarsi quello che stava succedendo dopo la morte di Gesù e per questo si erano riuniti e stavano a porte chiuse per paura. E non era solo paura. Erano disperati per aver perso Gesù. Ma Gesù è risorto, Maria di Magdala lo ha visto, gli ha parlato. Eppure non sembra loro possibile. Gesù viene a rassicurarli: "Pace a voi" (Gv 20, vv.19 e 21). Come per dire: "Siate sereni, non abbiate paura: Dio è con voi". Anche quando le porte sono chiuse, quando le possibilità di cambiamento sembrano nulle, se vi affidate a Dio la partita non è mai chiusa e può riaprirsi ad ogni istante della vostra vita.
È così anche per noi: è solo Dio che, attraverso Gesù e in mille
modi, cerca i nostri cuori e vuole riaprire un dialogo con noi.
Gesù ha sempre contato sulla compagnia di Dio e continua a
parlare di Dio a quelli che sono stati i suoi amici, vuole che
continuino a portare avanti quello che aveva dato il senso a tutta la
sua vita. Il v. 22 ci dice "alitò su di loro": a noi poco importa la
forma descritta, ma questo Spirito di Dio, presenza-forza impalpabile
per noi, è certamente colui che guida il cammino di ciascuno.
Dio, da parte sua, è
paradossale anche nella scelta dei luoghi dove decide di parlare, di
incontrarsi con le donne e gli uomini, di fare amicizia con loro.
Non sceglie né una delle tante sinagoghe della Giudea, né uno dei tanti
santuari della tradizione ebraica sparsi sul territorio d'Israele, e
nemmeno il Sancta Sanctorum del tempio di Gerusalemme; Dio
disdegna le regge e i palazzi del potere, fugge dai luoghi "scontati"
dove l'uomo più che incontrarlo vuole costringerlo, intrappolarlo e
imprigionarlo. Semplicemente disobbedisce, e anziché preferire i luoghi
stabiliti e deputati dagli uomini per incontrarlo, Dio, come al solito,
sconvolge.
1. Camminare insieme…
Iniziamo a
presentarci………….
Siamo Dario e
Caterina Paoletti e veniamo da Roma, siamo sposati da 19 anni, in équipe
da 17.
Abbiamo tre figli (Valerio di 18 anni, Alessandra di 15, Daniele di 13).
Caterina è insegnante di scuola elementare ed io lavoro in una società di informatica.
Ci siamo conosciuti in modo banale… in
settimana bianca (io 17 anni Dario 19) ma da quel momento nulla è più
stato banale, almeno nella mia vita.
Mi sono rotta due gambe e tu venivi spesso a trovarmi, da solo, parlavi per ore e poi scomparivi
per un po’.
I primi
anni del nostro stare insieme erano caratterizzati dai nostri studi e
dall’impegno (più tuo che mio) nei diversi collettivi politici.
Poi mia madre si è ammalata ed è morta ed io ho dovuto troppo presto prendere in
mano la gestione di una casa e di mia sorella.
I miei problemi sono diventati diversi dai tuoi, stavamo insieme perché
parlavamo…tanto, ore chiusi in macchina anche a litigare. Io ero troppo
presa dalla sopravvivenza quotidiana, dal dovermi difendere dalle
continue invasioni di amici e conoscenti che bivaccavano in casa mia, ho
dovuto decidere in fretta cosa volevo fare da grande, a 21 anni ho
iniziato a lavorare.
Io invece avevo il mio impegno politico.
La mia crisi venne quando esplose il terrorismo con la sua inaudita violenza, l’omicidio di
Moro e la diaspora di tutti quelli che come me non poterono trovare
alcuna comprensione verso quelli che si trasformarono in volgari
assassini. A ciò seguì un periodo che fu chiamato di riflusso nel
privato, la scoperta dell’individualismo e delle discoteche, quasi a
volersi lasciare alle spalle le interminabili ore passate nei collettivi
a fare autocoscienza. Furono per me anni di disorientamento e di grande
crisi interiore. E’ stato in quel periodo che ho scoperto le religioni
indiane, in particolare la religione buddista. Sono entrato a far parte
di un’associazione nella quale si studiava filosofia comparata orientale
ed occidentale. In realtà scoprii con il tempo che era una vera e
propria setta esoterica. Mi si aprì un mondo che proprio non conoscevo,
imparai a percepire il senso del sacro che pervade in un modo o
nell’altro tutta la nostra vita. Nonostante tutti i limiti ed i pericoli
di una simile esperienza fu per me una vera e propria scuola di vita,
anche perché ebbi la fortuna di incontrare dei maestri veramente fuori
del comune. Mi hanno lasciato una passione indelebile verso il mistero e
soprattutto mi hanno insegnato ad approfondire sempre e non lasciarsi
mai ingannare dalle apparenze.
Una frase di uno yoghi indiano mi aprì gli occhi “Prima di cercare nel pozzo degli altri
cerca nel tuo..” ed un po’ alla volta mi resi conto di quanto profonda
fosse la mia ignoranza verso la religione cristiana. Mi sono iscritto
allora a dei corsi di teologia per laici, organizzati dalla diocesi di
Roma ed ho scoperto un altro mondo che conoscevo pochissimo come il
Concilio Vaticano II e la grande e contraddittoria realtà della chiesa
cattolica. Sono tornato quasi di nascosto a frequentare la messa. Poi ad
un certo punto ho sentito il bisogno di confessarmi. Ancora mi ricordo
la gioia del confessore quando gli dissi “Padre, sono più di dieci anni
che non mi confesso e non so da dove cominciare..” Ed egli mi rispose:
“Che altro mi devi dire? Oggi è un grande giorno per il Signore, vai in
pace e ti siano rimessi i tuoi peccati !”
Crescendo ci siamo accorti che non ci bastava più parlare e raccontarci ma
che avevamo bisogno di condividere una vita che racchiudesse i nostri
bisogni e le nostre differenze in un cammino comune. Io mi ritengo una
persona pratica, ho bisogno di sapere giorno per giorno i miei impegni
con il lavoro e la famiglia ed ho bisogno di circoscrivere la mia vita
in un ambito preciso mentre tu non ti preoccupi molto del quotidiano e
sei troppo preso a trovare un modo (quale????) per migliorare il mondo
iniziando dalla parrocchia, dall’impegno in équipe, la politica, il
sindacato, la solidarietà…. Così spesso il tuo mondo è diverso dal mio
se non altro perché non se ne vedono i confini. Nonostante ciò sono
stata affascinata dal turbinio delle tue idee e rassicurata dalle tue
speranze …
Approfittando di tanto successo….ti ho chiesto di sposarmi e per di più in chiesa. L’incontro con Padre
Marcello è stato illuminante per entrambi. Da buon gesuita ha saputo
tirare fuori i valori e la fede comune che avevamo senza saperlo: ha
messo ordine nel mio tortuoso cammino di riavvicinamento alla religione
cristiana e ha ravvivato la tua fede, testimoniata da tua madre sia
quando è rimasta vedova sia al termine della sua vita con una dolorosa
malattia. Ricordo ancora lo stupore degli amici e dei miei genitori,
quando dopo due anni di convivenza, tornai a casa, su suggerimento di
Padre Marcello, nei mesi precedenti al matrimonio.
Grazie ad un’idea del nostro parroco siamo stati invitati ad una messa per (allora) giovani coppie ed a
proseguire la conoscenza reciproca in incontri mensili in parrocchia. Tu
eri molto diffidente, anche perché se l’idea era buona il metodo non
troppo. Infatti il parroco si poneva al centro della discussione ed alle
volte quasi interrogava i partecipanti. Sta di fatto che all’inizio
eravamo più di 20 coppie ed al terzo incontro eravamo rimasti in tre.
Non ci bastava, tu non eri contento, fremevi e cercavi qualcos’altro, qualcosa di diverso, forse di più impegnativo ma non
sapevamo cosa. Nel frattempo è nato Valerio e come molti di voi sanno il
tempo per noi è iniziato a diminuire, le occasioni per stare soli molto
limitate, le cene con gli amici quasi abolite. Insieme si parlava solo
di ciò che ci accadeva e la vita sembrava solo presa da quel minuscolo
essere che mangiava e dormiva (poco) e quando gli pareva.
L’équipe è arrivata per caso.
Un amico ci aveva presentato delle coppie di un movimento di preghiera (troppo soffocante
per la nostra formazione) ed in seguito contattò delle coppie
dell’équipe. L’incontro di informazione avvenne in una casa invece che
nei freddini saloni di una parrocchia, l’ambiente era caldo ed
amichevole. Tutta l’illustrazione del metodo ci parve subito un po’
strana e curiosa. Non avevo tanta voglia di entrare in un movimento nel
quale ci fosse qualcuno che ci dicesse quello che dovevamo fare….ne
avevo avuto abbastanza con la politica.
Non ho avuto modo di pensare a quello che volevo e non avevo
neanche una consapevolezza che fosse importante seguire un cammino con
un metodo. Sapevo sempre che tu fremevi, che cercavi qualcosa da fare
insieme e ti seguii in questa ricerca, fiduciosa nelle tue capacità di
intuire prima di me cosa bisognava fare.
L’anno del pilotaggio è stato molto intenso per la conoscenza tra coppie e per la scoperta che
abbiamo fatto nel riscoprire valori miei, tuoi e comuni a tutta
l’équipe. Un primo grande segno di speranza è stato incontrare la nostra
coppia pilota che ci ha testimoniato con semplicità come fosse possibile
vivere il vangelo nella nostra quotidianità.
2. Riunirci…perché?
I discepoli avevano bisogno di incontrarsi, di raccontarsi, un bisogno sempre
presente, uno stile di vita.
Raccontarsi, una parola bellissima, raccontare di sé. Della propria vita, dei propri
ricordi, dei successi e delle sconfitte, dei sentimenti, delle paure,
degli amici e degli affetti…
Raccontare ciò che ci è accaduto o ci sta accadendo, buttarlo fuori, è un atto d’amore spesso
sottovalutato:
Un po’ alla volta abbiamo riscoperto il dialogo. L’appuntamento che ci davamo era per
confrontare le nostre idee, per tornare a sognare il progetto che
avevamo abbozzato da fidanzati e che la quotidianità ci aveva nascosto.
Alla riunione incontravamo i nostri nuovi amici e compagni di viaggio….strada facendo
nelle diverse case abbiamo fatto amicizia ed iniziato a pregare. Non
eravamo consapevoli dell’importanza della strada che avevamo iniziato a
percorrere, ma Dio, come al solito,
sconvolge. Durante la riunione di bilancio del nostro
pilotaggio siamo stati eletti CRE quasi per caso e ciò ha cambiato la
nostra vita perché ci ha catapultato nel movimento trasformando il
nostro modo di vivere.
3. Mangiare insieme e mettere in comune
“Mentre
Gesù era a tavola in casa di Matteo, molti pubblicani e «peccatori»
vennero e si misero a tavola con Gesù e con i suoi discepoli.
I farisei, veduto ciò, dicevano ai suoi discepoli: «Perché il vostro
maestro mangia con i pubblicani e con i peccatori?»
Ma Gesù, avendoli uditi, disse: «Non sono i sani che hanno bisogno
del medico, ma i malati.
Ora andate e imparate che cosa significhi: voglio misericordia e non
sacrificio; poiché io non sono venuto a chiamare dei giusti, ma dei
peccatori»”.
Come avviene nella nostra tradizione, una famiglia si riunisce
intorno alla tavola anche per festeggiare gli avvenimenti più
importanti. Anche Gesù viene criticato per questo suo vizio di
mangiare con tutti, un modo bellissimo per accogliere le differenze.
In équipe la tavola imbandita assume un significato particolare:
rappresenta lo stile della coppia che accoglie e talvolta anche
dell’équipe stessa.
Nella generalità dei casi è questa la fase della riunione in cui ci
si interroga sui fatti principali che sono accaduti nel mese che è
intercorso tra una riunione e l’altra. Si tratta tanto degli eventi
della grande Storia (che noi chiamiamo la finestra sul mondo), che si
riflettono nella nostra vita ed interrogano il nostro discernimento,
quanto degli accadimenti della piccola storia di ogni giorno che segnano
di difficoltà, di successi, di dolore, di gioia, di angustia e di
trepidazione la nostra vita e che richiedono il parere, la condivisione,
la presa a carico, il discernimento dei fratelli dell’équipe.
Ciò che è importante è imparare progressivamente a dare una lettura
di fede del proprio vissuto: non limitarsi a raccontare fatti, ma
cercare di interpretarli, di comprenderli alla luce della fede, di fare
discernimento su di loro, aiutati in questo dall’occhio esterno
dell’équipe.
“L’agire delle creature è l’unico spazio attraverso cui la perfezione divina può essere visibile ed efficace nella storia umana. La parola divina non può essere ascoltata dagli uomini se non diventa parola d’uomo. L’amore di Dio non può trasformare il mondo se non diventa gesto oblativo di uomini. Il perdono divino non può convertire i peccatori se non diventa misericordia di uomini. In una parola, la vita divina non diventa storia umana se non per mezzo di un’incarnazione.” (C. Molari, Per un progetto di vita).
Spesso ci è capitato di arrivare alla riunione d’équipe senza aver preparato la messa in comune. Riportando in modo superficiale la nostra quotidianità: il lavoro, i figli, gli impegni, i genitori anziani. Nessuna vera novità, a parte una certa pesantezza derivata dalla ripetitività della vita o talvolta anche una scontentezza di fondo provocata dalla banalità dei piccoli avvenimenti.
Perché allora la quotidianità è così importante? (Vi proponiamo
di continuare a riflettere su questo punto)
Perché è quindi necessario preparare la messa in comune?
- Contribuisce a creare l’intesa all’interno del gruppo, far fluire l’amicizia, permettere lo scambio di esperienze, consentire una correzione fraterna, ricevere aiuto, attraverso gli altri équipiers, a comprendere meglio, con maggior distacco e lucidità, quali strumenti di salvezza possiamo cogliere, quale risvolto positivo possiamo sempre leggere in ogni avvenimento della nostra vita. “Dio non si stanca. Dio riprende la storia dove è stata interrotta.. Lo ha fatto tante volte con il suo Popolo, lo fa con noi. Ciascuno di noi è chiamato ad essere “sentinella” e “vedetta”, a “sentire” e a “vedere” in favore, per il bene del fratello. A ciascuno di noi è chiesto di “vigilare” sul fratello, perché ad ognuno e in qualsiasi momento il Signore può domandare: “Dov’è tuo fratello?”, chiedendocene conto e ragione. Vigilare significa badare con amore a qualcuno, custodire con ogni cura qualche cosa di molto prezioso, farsi presidio di valori importanti che sono delicati e fragili. Vigilare impegna comunque a fare attenzione, a diventare perspicaci, ad essere svegli nel capire ciò che accade, acuti nell’intuire la direzione degli eventi, preparati a fronteggiare l’emergenza. Vigilare è la capacità di ritornare a prendersi il tempo necessario per aver cura della qualità non puramente clinica e commerciale della vita. Il tempo per imparare a riconoscere il significato delle nostre emozioni, impulsi, tensioni per non rimuoverle troppo in fretta anestetizzando l’eventuale disagio che ci procurano, e rendendo così sterile la profondità dell’esperienza nella quale esse potrebbero introdurci. Se non siamo vigili saranno i nostri riflessi “condizionati” e non i nostri io, a decidere per noi.” (C.M. Martini, Sto alla porta)
- Fa entrare la storia nel vissuto dell’équipe, aiutarsi reciprocamente a leggere i segni dei tempi, tanto nei grandi avvenimenti che nella vita di ogni giorno; tramite la messa in comune gli équipiers si educano vicendevolmente alla lettura sapienziale della realtà, imparano a cogliere le tracce di Dio nella loro storia.
Spesso diciamo di non avere tempo. Non è la mancanza di tempo in quanto tale che ci assedia e ci inquieta, ma la molteplicità degli impegni che sembrano gravare su di noi o la complessità dei problemi da risolvere. E’ piuttosto la percezione del fatto che il senso della nostra esistenza dipende strettamente dal tempo. Noi sentiamo che il nostro vivere consiste proprio nell’avere tempo, e non averne più significa morire. D’altra parte, nulla di ciò che di buono riusciamo a compiere o ad ottenere, riesce a fermare il tempo, a trattenerlo in modo stabile o definitivo nella nostra vita. Tutto infatti, non appena è raggiunto, di nuovo deve affrontare il tempo che passa: con le sue incognite, con il declino che lo accompagna.
Cosa mettiamo in comune?
Vigilare..
Quante volte ci siamo rimproverati reciprocamente di non essere attenti
l’uno a l’altro?
E’ scarso il tempo che ci dedichiamo o sono troppi gli impegni che ci
assillano?
Badare con amore….
Riesce naturale con i figli, con qualche amica in difficoltà, poi perché
non mi riesce con te? E con i tuoi…?
Riprendersi il tempo per riconoscere il significato delle nostre
emozioni
Non voglio che i riflessi condizionati decidano per me!
Siamo diversi, tu hai molti interessi al di fuori di me, lascio che tu
li viva ma poi li peso sul piatto di una bilancia ma nell’altro ci sono
solo i miei no…
Per noi in questo momento è importante dare un nuovo significato al
tempo che trascorriamo insieme.
Oggi la nostra quotidianità non è certo cambiata, è la sua lettura
che è in qualche modo cambiata perché attraverso gli altri (gli
équipiers ma non solo) abbiamo imparato un po’ alla volta a comprendere
meglio a cogliere il senso del nostro tempo, a ritrovare il tempo per
gli altri ma anche per noi stessi perché dà il significato del nostro
agire.
4. Pregare
“La preghiera è innanzi tutto un ascolto che precede sempre il dialogo. E' pura grazia di Dio, è irruzione divina che ci abilita previamente al dialogo individuale e comunitario. Per questo è necessario innanzi tutto prendere coscienza della chiamata di Dio: "Ecco sto alla porta e busso: se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui. Cenerò con lui ed egli con me" (Ap 3, 20)
Ma che cosa significa ascoltare Dio? "Ascoltare Dio" non significa certamente l'attesa di una comunicazione concreta, di un messaggio chiaro o di una notizia particolare. Semplicemente si sta in ascolto. In ascolto di Dio. "In senso biblico ascoltare, come amare, ha in se stesso la ragion d'essere. Ossia, non si ha bisogno di ascoltare "affinché…"; si ascolta e basta". (F. Kelly Nemeck, e M.T. Coombs)
L'incontro con Dio si realizza soprattutto attraverso la sua parola. Ciò suppone innanzi tutto l'iniziativa di Dio. Significa anche che le relazioni con Dio esigono la capacità di ascoltare la sua parola. Perciò, nella Bibbia, la parola ha un'importanza particolare perché è la mediatrice tra Dio e la creatura umana.
Nel racconto della
creazione è dimostrato che tutte le cose sono state create dalla parola
di Dio e che tutte sono parola di Dio. Il mondo "narra" e "annuncia" il
Dio creatore: "I cieli narrano la gloria di Dio, e l'opera delle sue
mani annuncia il firmamento." (Sal 19, 2)
Non soltanto le cose, ma anche le persone sono parole di Dio. Soprattutto quelle che hanno un
significato e una rilevanza specifici nella nostra vita. Quelle che Dio
ci ha offerto come dono: la sposa è una vera parola di Dio per il
marito. Egli deve ascoltarla, sentirla, accoglierla come tale. E il
marito lo è a sua volta per la sposa. Così devono essere considerati i
figli dai genitori e i genitori dai figli. La stessa cosa è per gli
amici intimi: alcune persone siamo per altre un vero dono, una parola di
Dio che ne arricchisce la vita. Un aspetto fondamentale, dunque, della
nostra preghiera è ascoltare la parola di Dio che ci giunge attraverso
le creature che Egli ha posto sulla nostra strada come un vero dono.
Sembrano solo belle
parole…quante volte ci è capitato, invece, di arrivare al momento della
preghiera appesantiti dalla stanchezza e dalle nostre preoccupazioni,
troppo confidenti nelle nostre povere risorse.
Poi ascoltando la Parola di Dio e le preghiere degli altri siamo riusciti ad aprirci anche noi, a
rompere quel velo di deserto e di aridità.
Difficilmente però potremo ascoltare e accogliere le parole altrui se non siamo capaci di
ascoltare noi stessi. Se non ci accettiamo così come siamo. La vera
interiorità implica innanzi tutto l'accettazione di se stessi, il
sentirsi bene nella propria pelle. Solo questo atteggiamento ci
permetterà di ascoltare i nostri veri pensieri, i sentimenti, i desideri
e così presentarci a Dio con autenticità, con la nostra nudità e con la
gratitudine di figli.
Per essere capaci di pregare bisogna essere capaci di meraviglia, di gratitudine, e di godere
del dono della vita. Non diamo tutto per scontato: lasciamo che
riaffiorino in noi la riconoscenza e la gratitudine.
L'atteggiamento più vero e sincero nella preghiera è pertanto quello che ci permette di
esclamare con il salmista:
"Signore, tu mi scruti e mi conosci, tu sai quando seggo e quando mi alzo.
Penetri da lontano i miei pensieri, tu sai quando cammino e quando riposo.
Ti sono note tutte le mie vie; la mia parola non è ancora sulla lingua e tu, Signore, già la
conosci tutta.
Alle spalle e di fronte tu mi circondi e poni su di me la tua mano.
Stupenda per me la tua saggezza, troppo alta, io non la comprendo." (Sal 139)
Siamo soliti distinguere quello che si riferisce alla comunità da quello che riguarda
l'individuo, come se le due dimensioni fossero estranee l'una all'altra,
come se l'intimo e il personale dovessero essere individuali e solitari.
Ma perché il Signore ci insegnò a dire "Padre nostro" e non "Padre mio"
? Spesso dimentichiamo che il Padre nostro è la preghiera dell'essere
umano, ma non del singolo che prende l'iniziativa come se fosse padrone di sé.
5. Compartecipazione
L’équipe ci stimola a coltivare atteggiamenti interiori che ci conducano ad uno stile di vita cristiano, a mettere in discussione nel profondo i nostri valori, a dare una risposta al nostro progetto ed alla chiamata di Dio.
L’esperienza mostra che, senza certi punti di applicazione precisi, è difficile sollecitare regolarmente la verifica in équipe, pertanto è sempre importante rammentarli:
1) “Ascoltare” regolarmente la Parola di Dio
2) Riservarsi ogni giorno il tempo di un vero “incontro a tu per tu” col Signore (orazione)
3) Ritrovarsi ogni giorno insieme, marito e moglie, in una preghiera coniugale (e se possibile familiare).
4) Trovare ogni mese il tempo per un vero dialogo coniugale, sotto lo sguardo del Signore (dovere di sedersi)
5) Fissarsi una “regola di vita” e rivederla ogni mese.
6) Mettersi ogni anno di fronte al Signore per fare il punto durante un ritiro della durata di almeno 48 ore, se possibile, in coppia.
Per noi è come se ci trovassimo di fronte al ‘Dove sei?’ del Cammino dell’uomo..[1]
“Ogni volta che Dio pone una domanda di questo genere non è perché l’uomo gli faccia conoscere qualcosa che lui ancora ignora: vuole invece provocare nell’uomo una reazione suscitabile attraverso una simile domanda, a condizione che questa colpisca al cuore l’uomo e che l’uomo si lasci colpire al cuore. Adamo si nasconde per non dover rendere conto, per sfuggire alla responsabilità della propria vita. Così accade ad ogni uomo, perché ogni uomo è Adamo e nella situazione di Adamo. Per sfuggire alla responsabilità della vita che si è vissuta, l’esistenza viene trasformata in un congegno di nascondimento... A questo punto tutto dipende dal fatto che l’uomo si ponga o no la domanda. Indubbiamente, quando questa domanda giungerà all’orecchio, a chiunque il cuore tremerà… La voce non giunge durante una tempesta che mette in pericolo la vita dell’uomo; è la voce del silenzio simile ad un soffio, ed è facile soffocarla. Finchè questo non avviene, la vita dell’uomo non può diventare cammino.”
L’équipe ci ha sempre dato questa sensazione di continuo cammino fatto di brusche frenate, di storie incomplete, di feste e gioie inaspettate, di profondo mistero. Proprio per questo il momento della compartecipazione incontra sempre delle difficoltà. Spesso non si sa bene dove collocarla. Ogni riunione ha una sua storia e una sua dinamica e non è facile creare il clima giusto dove ogni coppia possa compartecipare con gli altri le proprie ricchezze e le proprie povertà, le proprie gioie ed i propri dolori e chiedere eventualmente aiuto e consigli in modo che tutti si sentano realmente solidali del cammino di ciascuno verso il Signore.
Due anni fa ho perduto mio fratello, più giovane di me di appena 20 mesi. Il tutto è avvenuto in pochissimo tempo (circa due mesi) e per me è stato un colpo durissimo. Nelle riunioni a cui ho partecipato i mesi successivi, ho preferito parlare poco di questo fatto, un po’ per orgoglio (non mi andava di pesare sugli altri), un po’ per un profondo disorientamento. Un po’ alla volta però ho cominciato ad allontanarmi dagli amici dell’équipe, indubbiamente il mio punto di vista diventava sempre più distante da quello degli altri ed ho iniziato a essere meno comprensivo verso le solite difficoltà che emergono quando, per esempio, bisogna fissare la data della riunione, o quando una coppia non partecipa perché presa da altri impegni. Tutto questo ha generato tensioni: mi sono reso conto che pretendevo di essere compreso senza in realtà aver compartecipato veramente il mio disagio. Pretendevo di minimizzare i problemi degli altri, ritenendo il mio problema in qualche modo più importante.
La compartecipazione funziona veramente se ci avviciniamo ad essa con uno spirito profondo di conversione e di revisione della nostra vita individuale e di coppia. Non si tratta quindi di elencare alcuni punti o regole ma molto di più. Si tratta di mettersi in gioco, di scoprirsi soprattutto quando lo riteniamo meno opportuno e di chiedere la comprensione e la solidarietà degli altri per ritrovare attraverso loro la fiducia nel Signore.
6. Tema di studio
L’amore non è possibile senza la conoscenza. Non si può amare senza conoscere né senza desiderare di conoscere sempre di più. Il tema di studio è uno strumento per nutrire questa conoscenza di noi e della nostra fede. Non si tratta di uno studio puramente intellettuale, ma di molto di più: della rivelazione del Dio vivente che ci interroga qui ed ora e che ci aiuta a meglio interpretare la nostra realtà di uomini e donne in cammino.
Perché allora arrivare preparati con il tema di studio scritto?
Perché quando i nostri
scritti sono condivisi con altri, offriamo agli altri la possibilità di
conoscerci così come noi ci percepiamo.
Significa quindi, per conseguenza, far circolare quella bellezza che noi stessi abbiamo
trovato nel riflettere e nel creare.
Leggere di esperienze avvenute, scritte in prima persona ed in coppia, è infatti una grande
fonte di insegnamento, per chi può trovarsi in situazioni analoghe.
Abbiamo avuto
diverse esperienze di temi di studio in équipe di base, in équipe di
servizio, in équipe jeune, in équipe di pilotaggio ed anche con il
gruppo parrocchiale. Non sempre siamo riusciti a trovare né il tempo né
il modo adatto per scambiarci i nostri punti di vista. Talvolta i temi
ci hanno sollecitato di più, altre volte non sapevamo cosa dire o peggio
cosa dirci. Questo si è sempre riflettuto nello scambio in riunione, più
il tema era stato preparato in fretta e senza convizione e meno ci
andava di ascoltare le riflessioni degli altri, con il risultato di
impoverire la riunione.
Diverso è stato quando siamo arrivati preparati: pur avendo opinioni differenti, abbiamo
fatto tesoro delle riflessioni degli altri. In alcuni casi si sono
trasformate in occasioni di preghiera o di punti di sforzo.
L’importanza di aver un quaderno della riunione
Ora vi mostriamo un
quaderno dove sono appuntati anni ed anni di riunioni, ci fa molta
tenerezza pensare che lì dentro è tracciata un parte importante della
nostra storia di coppia.
Riaprirlo, consultarlo è un modo di esercitare la memoria, ma anche di ascoltarsi. L’ascolto di
noi stessi che ci aiuta anche ad aumentare la nostra capacità di ascolto
anche degli altri, e delle loro storie. E’ un modo di creare onde di
condivisione che poi girano nell’aria.
In questi scritti sono tracciati momenti di duro scontro, momenti di silenzio, monologhi quando a prevalere era uno dei due ma anche momenti di sincera condivisone. Siamo coscienti che distrazioni, impegni di lavoro e preoccupazioni della nostra vita spesso ci spingono a rinchiuderci in una troppa angusta quotidianità.
Abbiamo compreso che le nostre difficoltà avevano minor peso del
desiderio che abbiamo entrambi di approfondire le nostre conoscenze ma
soprattutto il nostro cammino di fede.
Arrivare alla riunione preparati, pertanto, per noi è sempre stato
molto importante anche nel caso in cui non siamo riusciti a fare una
riflessione insieme.
Preparare il tema di studio è l’occasione che fornisce nuovi
orizzonti al nostro confuso progetto di coppia.
Può allora il momento del tema di studio trasformarsi veramente anche
in un’occasione di cambiamento?
Lo scambio in équipe può diventare una vera occasione di cambiamento se
si valorizza soprattutto il dialogo. Nel dialogo:
- si sospendono le nostre credenze, mettendole in gioco con gli altri;
- si ascoltano le opinioni altrui come se fossero le nostre;
- si tratta tutti, realmente ed interamente, da pari;
- si evita di voler prevalere;
- si è completamente sinceri, senza secondi fini o personalismi.
In un dialogo il fine è lo stesso dialogare, ovvero trovare il
gusto di scambiarsi le proprie idee.
Muovere il pensiero, scrutare le opzioni da tutti i punti di
vista, considerare tutte le opinioni è la maggiore ricchezza che
possediamo per far crescere la nostra comprensione della realtà, le
nostre capacità umane e discernere i segni dei tempi.
Per noi è importante arrivare alla riunione “come se” non sapessimo
nulla di ciò di cui parleremo, o meglio pensando che quanto abbiamo
elaborato in proposito abbia bisogno dell’apporto degli altri amici
dell’équipe. Significa affrontare il dialogo con il desiderio di sapere
sempre qualcosa di nuovo.
Questo atteggiamento corrisponde al principio del “non sapere”
socratico e si riconnette all’idea di “saggezza filosofica”, consistente
nella
capacità di vivere serenamente la precarietà ma è anche
ricerca dei principi del “retto pensare”.
Una considerazione merita la relazione tra pensiero ed
azione, ovvero tra teoria epratica.
Una delle ragioni per cui la filosofia viene generalmente considerata
inutile è il fatto che la si ritiene un’attività teorica ed
astratta, e perciò senza conseguenza pratiche. Questa concezione non
tiene però conto del fatto che il nostro pensiero ha un’influenza spesso
decisiva sulle nostre azioni e perfino sulla nostra sfera emotiva: si
fa e si sente anche in funzione di ciò che si pensa.
Di conseguenza, pensare meglio, in modo più preciso, più
chiaro, più articolato, ha conseguenze fondamentali sulle nostre azioni
e sul modo in cui reagiamo - anche in termini di benessere e
soddisfazione - alle circostanze della nostra vita quotidiana.
“Questo è lo spazio del tema di studio: gli apostoli parlavano di
quello che era accaduto e a noi è rivolto lo stesso invito, parlare e
confrontarsi e cercare insieme il senso delle cose che accadono” per
rivedere la nostra storia di coppia.
Ecco perché, dedicare tempo e spazio alla riunione d’équipe può
radicalmente cambiare la nostra vita.
Concludiamo con una piccola parte del Vangelo di oggi:
“Alla fine apparve agli Undici, mentre stavano a mensa e li rimproverò per la loro
incredulità e durezza di cuore perché non avevavo creduto a quelli che
lo avevano visto risuscitato. Gesù disse loro: ”Andate in tutto il mondo
e predicate il vangelo ad ogni creatura.” (Mc 16, 15)
I discepoli riuniti a mensa testimoniano l’importanza di questa bellissima tradizione: l’agape
fraterna. Gesù in questo caso li rimprovera per la loro durezza di
cuore. Poi li invita ad andare in tutto il mondo a raccontare… e questo
è sicuramente lo scopo più importante della nostra riunione: prepararci
ad annuniciare insieme la buona novella del matrimonio.
Vi ringraziamo sinceramente per la vostra pazienza….!
Dario e Caterina Paoletti
[i] Questa relazione trae spunto, oltre che dalla nostra piccola esperienza, da moltissimi contributi di altri équipiers ed anche da documenti del Movimento. Per le nostre ‘ispirazioni’ ringraziamo in particolare:
- Gaia e Vito Lipari per le loro bellissime riflessioni alle riunioni della DIP romana
- Carlo e Maria Carla Volpini per le loro numerose testimonianze e soprattutto il loro stile nel raccontarle
- Tutta l’équipe RM 55 che continua a sopportarci nonostante tutto…
- Gli estensori dello storico documento “La riunione d’équipe” che sebbene un po’ datato, rimane sempre una punto di riferimento fondamentale
- Tutte le coppie ‘relatrici’ alle sessioni riguardanti i servizi in équipe.
Equipes Notre Dame - Settore Sicilia A