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alla ricerca di possibili cammini di comunione

 

Per cominciare….

Siamo qui riuniti proviamo allora a condividere insieme alcuni punti che possono aiutarci nel nostro discernimento:

  1. Sguardo attento e positivo                                                                                               
            Usciamo dalle nostre preoccupazioni, dai problemi da risolvere lasciati a casa, cerchiamo di vivere l’oggi in positivo, regaliamo ai nostri vicini un ‘grazie perché ci siete’, ‘senza di voi non sarebbe lo stesso’. Vi invitiamo a mettervi a vostro agio ed a rivolgere uno sguardo di simpatia e benevolenza verso i vostri vicini di sedia. Come in una famiglia nessuno deve essere o sentirsi spettatore. Ciascuno di noi fa la storia delle équipes, nessuno è inutile…
  2. Ascolto attivo                                                                                                   
            Liberiamo il campo dall’idea di “questo l’ho già sentito” perché la novità in assoluto è ciascuno di noi, sono io in questo momento, ad esempio, che do il mio contributo perché la sessione riesca nel migliore dei modi. Probabilmente da noi non sentirete cose o concetti nuovi, l’importante è ricordarsi che cambiando atteggiamento di ascolto si possono trovare nuovi percorsi o addirittura ‘intercettare’ delle chiamate…
  3. Nessuna ricetta ma creatività
            Forse qualcuno di voi è venuto qui pensando di ascoltare un piccolo sermone sull’importanza della riunione e magari della partecipazione. In realtà non abbiamo ricette e pensiamo che non servano a gran che. L’unica cosa importante è la consapevolezza che siamo chiamati sempre all’amore degli altri (vicini e lontani) ed è verso costoro che deve orientarsi il nostro impegno di comprensione ed azione mettendo a frutto la nostra creatività.
  4. I talenti
            Siamo tutti più o meno coscienti delle nostre imperfezioni e dei nostri limiti e questa consapevolezza è un fatto positivo, altrimenti saremmo tentati di affidarci non a Dio ma alle nostre capacità. Non dobbiamo però dimenticare che ogni incontro è una chiamata ad un amore più grande che ci spinge a mettere a frutto di più e meglio le nostre specificità di cui forse nessuno sino ad ora ha beneficiato appieno, a dissotterrare, scoprire e  spendere i nostri talenti.
  5. La diversità come ricchezza
            Siamo diversi, a volte molto diversi, e spesso le nostre relazioni sono difficili e faticose, non c’è niente di automatico, niente di scontato. Dove c’è relazione tra persone vi sono differenze di modi di vedere, di reagire, di rapportarsi alle situazioni. La differenza non è un incidente di percorso ma, al contrario, è un dono. Nell’incontro-scontro con gli altri ci si arricchisce se si accetta la diversità e ci si scopre complementari.
  6. Non farsi scoraggiare dai ‘più bravi’
            Non facciamoci troppo influenzare dagli altri. Ognuno ha la sua strada, il suo modo di essere. Ricordiamo una delle prime sessioni alle quali abbiamo partecipato…quando dopo aver sentito diverse testimonianze di case aperte, di accoglienza di tossicodipendenti, ci siamo sentiti molto piccoli. Di fronte a simili modelli ci sembrava ben poca cosa il nostro piccolo contributo. Con il tempo abbiamo poi capito che era molto bello sapere che esistono persone così ma anche che nessuno è ripetibile.

 Iniziamo ora il nostro cammino….

 Gesù era morto da pochi giorni e quelli che lo avevano seguito non potevano farsi vedere in giro come prima. I discepoli avevano bisogno di incontrarsi, di raccontarsi quello che stava succedendo dopo la morte di Gesù e per questo si erano riuniti e stavano a porte chiuse per paura. E non era solo paura. Erano disperati per aver perso Gesù. Ma Gesù è risorto, Maria di Magdala lo ha visto, gli ha parlato. Eppure non sembra loro possibile. Gesù viene a rassicurarli: "Pace a voi" (Gv 20, vv.19 e 21). Come per dire: "Siate sereni, non abbiate paura: Dio è con voi". Anche quando le porte sono chiuse, quando le possibilità di cambiamento sembrano nulle, se vi affidate a Dio la partita non è mai chiusa e può riaprirsi ad ogni istante della vostra vita.

È così anche per noi: è solo Dio che, attraverso Gesù e in mille modi, cerca i nostri cuori e vuole riaprire un dialogo con noi. Gesù ha sempre contato sulla compagnia di Dio e continua a parlare di Dio a quelli che sono stati i suoi amici, vuole che continuino a portare avanti quello che aveva dato il senso a tutta la sua vita. Il v. 22 ci dice "alitò su di loro": a noi poco importa la forma descritta, ma questo Spirito di Dio, presenza-forza impalpabile per noi, è certamente colui che guida il cammino di ciascuno.
Dio, da parte sua, è paradossale anche nella scelta dei luoghi dove decide di parlare, di incontrarsi con le donne e gli uomini, di fare amicizia con loro. Non sceglie né una delle tante sinagoghe della Giudea, né uno dei tanti santuari della tradizione ebraica sparsi sul territorio d'Israele, e nemmeno il Sancta Sanctorum del tempio di Gerusalemme; Dio disdegna le regge e i palazzi del potere, fugge dai luoghi "scontati" dove l'uomo più che incontrarlo vuole costringerlo, intrappolarlo e imprigionarlo. Semplicemente disobbedisce, e anziché preferire i luoghi stabiliti e deputati dagli uomini per incontrarlo, Dio, come al solito,
sconvolge.

1.      Camminare insieme…

Iniziamo a presentarci………….
Siamo Dario e Caterina Paoletti e veniamo da Roma, siamo sposati da 19 anni, in équipe da 17.
Abbiamo tre figli (Valerio di 18 anni, Alessandra di 15, Daniele di 13).
Caterina è insegnante di scuola elementare ed io lavoro in una società di informatica.
Ci siamo conosciuti in modo banale… in settimana bianca (io 17 anni Dario 19) ma da quel momento nulla è più stato banale, almeno nella mia vita. Mi sono rotta due gambe e tu venivi spesso a trovarmi, da solo, parlavi per ore e poi scomparivi per un po’.
I primi anni del nostro stare insieme erano caratterizzati dai nostri studi e dall’impegno (più tuo che mio) nei diversi collettivi politici. Poi mia madre si è ammalata ed è morta ed io ho dovuto troppo presto prendere in mano la gestione di una casa e di mia sorella.
I miei problemi sono diventati diversi dai tuoi, stavamo insieme perché parlavamo…tanto, ore chiusi in macchina anche a litigare. Io ero troppo presa dalla sopravvivenza quotidiana, dal dovermi difendere dalle continue invasioni di amici e conoscenti che bivaccavano in casa mia, ho dovuto decidere in fretta cosa volevo fare da grande, a 21 anni ho iniziato a lavorare.
Io invece avevo il mio impegno politico.
La mia crisi venne quando esplose il terrorismo con la sua inaudita violenza, l’omicidio di Moro e la diaspora di tutti quelli che come me non poterono trovare alcuna comprensione verso quelli che si trasformarono in volgari assassini. A ciò seguì un periodo che fu chiamato di riflusso nel privato, la scoperta dell’individualismo e delle discoteche, quasi a volersi lasciare alle spalle le interminabili ore passate nei collettivi a fare autocoscienza. Furono per me anni di  disorientamento e di grande crisi interiore. E’ stato in quel periodo che ho scoperto le religioni indiane, in particolare la religione buddista. Sono entrato a far parte di un’associazione nella quale si studiava filosofia comparata orientale ed occidentale. In realtà scoprii con il tempo che era una vera e propria setta esoterica. Mi si aprì un mondo che proprio non conoscevo, imparai a percepire il senso del sacro che pervade in un modo o nell’altro tutta la nostra vita. Nonostante tutti i limiti ed i pericoli di una simile esperienza fu per me una vera e propria scuola di vita, anche perché ebbi  la fortuna di incontrare dei maestri veramente fuori del comune. Mi hanno lasciato una passione indelebile verso il mistero e soprattutto mi hanno insegnato ad approfondire sempre e non lasciarsi mai ingannare dalle apparenze.
Una frase di uno yoghi indiano mi aprì gli occhi “Prima di cercare nel pozzo degli altri cerca nel tuo..” ed un po’ alla volta mi resi conto di quanto profonda fosse la mia ignoranza verso la religione cristiana. Mi sono iscritto allora a dei corsi di teologia per laici, organizzati dalla diocesi di Roma ed ho scoperto un altro mondo che conoscevo pochissimo come il Concilio Vaticano II  e la grande e contraddittoria realtà della chiesa cattolica. Sono tornato quasi di nascosto a frequentare la messa. Poi ad un certo punto ho sentito il bisogno di confessarmi. Ancora mi ricordo la gioia del confessore quando gli dissi “Padre, sono più di dieci anni che non mi confesso e non so da dove cominciare..” Ed egli mi rispose: “Che altro mi devi dire? Oggi è un grande giorno per il Signore, vai in pace e ti siano rimessi i tuoi peccati !”

Crescendo ci siamo accorti che non ci bastava più parlare e raccontarci ma che avevamo bisogno di condividere una vita che racchiudesse i nostri bisogni e le nostre differenze in un cammino comune. Io mi ritengo una persona pratica, ho bisogno di sapere giorno per giorno i miei impegni con il lavoro e la famiglia ed ho bisogno di circoscrivere la mia vita in un ambito preciso mentre tu non ti preoccupi molto del quotidiano e sei troppo preso a trovare un modo (quale????) per migliorare il mondo iniziando dalla parrocchia, dall’impegno in équipe, la politica, il sindacato, la solidarietà…. Così spesso il tuo mondo è diverso dal mio se non altro perché non se ne vedono i confini. Nonostante ciò sono stata affascinata dal turbinio  delle tue idee e rassicurata dalle tue speranze …
Approfittando di tanto successo….ti ho chiesto di sposarmi e per di più in chiesa.  L’incontro con Padre Marcello è stato illuminante per entrambi. Da buon gesuita ha saputo tirare fuori i valori e la fede comune che avevamo senza saperlo: ha messo ordine nel mio tortuoso cammino di riavvicinamento alla religione cristiana e ha ravvivato la tua fede, testimoniata da tua madre sia quando è rimasta vedova sia al termine della sua vita con una dolorosa malattia. Ricordo ancora lo stupore degli amici e dei miei genitori, quando dopo due anni di convivenza, tornai a casa, su suggerimento di Padre Marcello, nei mesi precedenti al matrimonio.
Grazie ad un’idea del nostro parroco siamo stati invitati ad una messa per (allora) giovani coppie ed a proseguire la conoscenza reciproca in incontri mensili in parrocchia. Tu eri molto diffidente, anche perché se l’idea era buona il metodo non troppo. Infatti il parroco si poneva al centro della discussione ed alle volte quasi interrogava i partecipanti. Sta di fatto che all’inizio eravamo più di 20 coppie ed al terzo incontro eravamo rimasti in tre.

Non ci bastava, tu non eri contento, fremevi e cercavi qualcos’altro, qualcosa di diverso, forse di più impegnativo ma non sapevamo cosa. Nel frattempo è nato Valerio e come molti di voi sanno il tempo per noi è iniziato a diminuire, le occasioni per stare soli molto limitate, le cene con gli amici quasi abolite. Insieme si parlava solo di ciò che ci accadeva e la vita sembrava solo presa da quel minuscolo essere che mangiava e dormiva (poco) e quando gli pareva.
L’équipe è arrivata per caso.
Un amico ci aveva presentato delle coppie di un movimento di preghiera (troppo soffocante per la nostra formazione) ed in seguito contattò delle coppie dell’équipe. L’incontro di informazione avvenne in una casa invece che nei freddini saloni di una parrocchia, l’ambiente era caldo ed amichevole. Tutta l’illustrazione del metodo ci parve subito un po’ strana e curiosa. Non avevo tanta voglia di entrare in un movimento nel quale ci fosse qualcuno che ci dicesse quello che dovevamo fare….ne avevo avuto abbastanza con la politica.

Non ho avuto modo di pensare a quello che volevo e non avevo neanche una consapevolezza che fosse importante seguire un cammino con un metodo. Sapevo sempre che tu fremevi, che cercavi qualcosa da fare insieme e ti seguii in questa ricerca, fiduciosa nelle tue capacità di intuire prima di me cosa bisognava fare.
L’anno del pilotaggio è stato molto intenso per la conoscenza tra coppie e per la scoperta che abbiamo fatto nel riscoprire valori miei, tuoi e comuni a tutta l’équipe. Un primo grande segno di speranza è stato incontrare la nostra coppia pilota che ci ha testimoniato con semplicità come fosse possibile vivere il vangelo nella nostra quotidianità.

 

2.      Riunirci…perché?

I discepoli avevano bisogno di incontrarsi, di raccontarsi, un bisogno sempre presente, uno stile di vita.
Raccontarsi, una parola bellissima, raccontare di sé. Della propria vita, dei propri ricordi, dei successi e delle sconfitte, dei sentimenti, delle paure, degli amici e degli affetti…
Raccontare ciò che ci è accaduto o ci sta accadendo, buttarlo fuori, è un atto d’amore spesso sottovalutato:

-    Vuol dire prendersi del tempo per sé, prendersi cura del nostro rapporto, in sintesi: volerci bene.
-    Ci fa capire il motivo di scelte che forse oggi non faremmo più. Per le quali invece, sempre, esiste una spiegazione.
-    Ci fa dare risposte a vecchie domande.
-    Pone fuori da noi quello che può essere un problema che ci fa soffrire, ci dà un modo per vederlo sotto luci diverse. A volte il racconto  è sufficiente per farci vedere le cose in maniera completamente diversa. Con ironia, con meno pesantezza. Quasi con una nuova capacità di prenderci in giro da soli, o almeno, di prenderci meno sul serio.
-    Andare alla ricerca dei ricordi, serve anche a ricercare la bellezza. Ci sono forse tanti ricordi belli che abbiamo dimenticato, tra le mille traversie della vita. Gli esercizi della memoria, ci aiutano a ritirarli fuori, e così… a sorridere di più, è anche un modo per cercare la felicità.
Per prepararci alle prime riunioni ci interrogavano talvolta in modo buffo: dovevamo imparare a mostraci agli altri ma soprattutto  ci impegnavano ad incontrarci, a sedersi, parola misteriosa in fondo ci sedevamo sempre a tavola, al cinema, a casa di amici….
Un po’ alla volta abbiamo riscoperto il dialogo. L’appuntamento che ci davamo era per confrontare le nostre idee, per tornare a sognare il progetto che avevamo abbozzato da fidanzati e che la quotidianità ci aveva nascosto.
Alla riunione incontravamo i nostri nuovi amici e compagni di viaggio….strada facendo nelle diverse case abbiamo fatto amicizia ed iniziato a pregare. Non eravamo consapevoli dell’importanza della strada che avevamo iniziato a percorrere, ma Dio, come al solito, sconvolge. Durante la riunione di bilancio del nostro pilotaggio siamo stati eletti CRE quasi per caso e ciò ha cambiato la nostra vita perché ci ha catapultato nel movimento trasformando il nostro modo di vivere.

 

3.      Mangiare insieme e mettere in comune

Mentre Gesù era a tavola in casa di Matteo, molti pubblicani e «peccatori» vennero e si misero a tavola con Gesù e con i suoi discepoli.
I farisei, veduto ciò, dicevano ai suoi discepoli: «Perché il vostro maestro mangia con i pubblicani e con i peccatori?»
Ma Gesù, avendoli uditi, disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati.
Ora andate e imparate che cosa significhi: voglio misericordia e non sacrificio; poiché io non sono venuto a chiamare dei giusti, ma dei peccatori
»”.

Come avviene nella nostra tradizione, una famiglia si riunisce intorno alla tavola anche per festeggiare gli avvenimenti più importanti. Anche Gesù viene criticato per questo suo vizio di mangiare con tutti, un modo bellissimo per accogliere le differenze.
In équipe la tavola imbandita assume un significato particolare: rappresenta lo stile della coppia che accoglie e talvolta anche dell’équipe stessa.
Nella generalità dei casi è questa la fase della riunione in cui ci si interroga sui fatti principali che sono accaduti nel mese che è intercorso tra una riunione e l’altra. Si tratta tanto degli eventi della grande Storia (che noi chiamiamo la finestra sul mondo), che si riflettono nella nostra vita ed interrogano il nostro discernimento, quanto degli accadimenti della piccola storia di ogni giorno che segnano di difficoltà, di successi, di dolore, di gioia, di angustia e di trepidazione la nostra vita e che richiedono il parere, la condivisione, la presa a carico, il discernimento dei fratelli dell’équipe.
Ciò che è importante è imparare progressivamente a dare una lettura di fede del proprio vissuto: non limitarsi a raccontare fatti, ma cercare di interpretarli, di comprenderli alla luce della fede, di fare discernimento su di loro, aiutati in questo dall’occhio esterno dell’équipe.

“L’agire delle creature è l’unico spazio attraverso cui la perfezione divina può essere visibile ed efficace nella storia umana. La parola divina non può essere ascoltata dagli uomini se non diventa parola d’uomo. L’amore di Dio non può trasformare il mondo se non diventa gesto oblativo di uomini. Il perdono divino non può convertire i peccatori se non diventa misericordia di uomini. In una parola, la vita divina non diventa storia umana se non per mezzo di un’incarnazione.” (C. Molari, Per un progetto di vita).

Spesso ci è capitato di arrivare alla riunione d’équipe senza aver preparato la messa in comune. Riportando in modo superficiale la nostra quotidianità: il lavoro, i figli, gli impegni, i genitori anziani. Nessuna vera novità, a parte una certa pesantezza derivata dalla ripetitività della vita o talvolta anche una scontentezza di fondo provocata dalla banalità dei piccoli avvenimenti.    

Perché allora la quotidianità è così importante? (Vi proponiamo di continuare a riflettere su questo punto)
Perché è quindi necessario preparare la messa in comune?

  1. Contribuisce a creare l’intesa all’interno del gruppo, far fluire l’amicizia, permettere lo scambio di esperienze, consentire una correzione fraterna, ricevere aiuto, attraverso gli altri équipiers, a comprendere meglio, con maggior distacco e lucidità, quali strumenti di salvezza possiamo cogliere, quale risvolto positivo possiamo sempre leggere in ogni avvenimento della nostra vita. “Dio non si stanca. Dio riprende la storia dove è stata interrotta.. Lo ha fatto tante volte con il suo Popolo, lo fa con noi. Ciascuno di noi è chiamato ad essere “sentinella” e “vedetta”, a “sentire” e a “vedere” in favore, per il bene del fratello. A ciascuno di noi è chiesto di “vigilare” sul fratello, perché ad ognuno e in qualsiasi momento il Signore può domandare: “Dov’è tuo fratello?”, chiedendocene conto e ragione. Vigilare significa badare con amore a qualcuno, custodire con ogni cura qualche cosa di molto prezioso, farsi presidio di valori importanti che sono delicati e fragili. Vigilare impegna comunque a fare attenzione, a diventare perspicaci, ad essere svegli nel capire ciò che accade, acuti nell’intuire la direzione degli eventi, preparati a fronteggiare l’emergenza. Vigilare è la capacità di ritornare a prendersi il tempo necessario per aver cura della qualità non puramente clinica e commerciale della vita. Il tempo per imparare a riconoscere il significato delle nostre emozioni, impulsi, tensioni per non rimuoverle troppo in fretta anestetizzando l’eventuale disagio che ci procurano, e rendendo così sterile la profondità dell’esperienza nella quale esse potrebbero introdurci. Se non siamo vigili saranno i nostri riflessi “condizionati” e non i nostri io, a decidere per noi.” (C.M. Martini, Sto alla porta)

  1. Fa entrare la storia nel vissuto dell’équipe, aiutarsi reciprocamente a leggere i segni dei tempi, tanto nei grandi avvenimenti che nella vita di ogni giorno; tramite la messa in comune gli équipiers si educano vicendevolmente alla lettura sapienziale della realtà, imparano a cogliere le tracce di Dio nella loro storia.

Spesso diciamo di non avere tempo. Non è la mancanza di tempo in quanto tale che ci assedia e ci inquieta, ma la molteplicità degli impegni che sembrano gravare su di noi o la complessità dei problemi da risolvere. E’ piuttosto la percezione del fatto che il senso della nostra esistenza dipende strettamente dal tempo. Noi sentiamo che il nostro vivere consiste proprio nell’avere tempo, e non averne più significa morire. D’altra parte, nulla di ciò che di buono riusciamo a compiere o ad ottenere, riesce a fermare il tempo, a trattenerlo in modo stabile o definitivo nella nostra vita. Tutto infatti, non appena è raggiunto, di nuovo deve affrontare il tempo che passa: con le sue incognite, con il declino che lo accompagna.

Cosa mettiamo in comune?
Vigilare..
Quante volte ci siamo rimproverati reciprocamente di non essere attenti l’uno a l’altro?
E’ scarso il tempo che ci dedichiamo o sono troppi gli impegni che ci assillano?
Badare con amore….
Riesce naturale con i figli, con qualche amica in difficoltà, poi perché non mi riesce con te? E con i tuoi…?
Riprendersi il tempo per riconoscere il significato delle nostre emozioni
Non voglio che i riflessi condizionati decidano per me!
Siamo diversi, tu hai molti interessi al di fuori di me, lascio che tu li viva ma poi li peso sul piatto di una bilancia ma nell’altro ci sono solo i miei no…
Per noi in questo momento è importante dare un nuovo significato al tempo che trascorriamo insieme.
Oggi la nostra quotidianità non è certo cambiata, è la sua lettura che è in qualche modo cambiata perché attraverso gli altri (gli équipiers ma non solo) abbiamo imparato un po’ alla volta a comprendere meglio a cogliere il senso del nostro tempo, a ritrovare il tempo per gli altri ma anche per noi stessi perché dà il significato del nostro agire.

4.      Pregare

“La preghiera è innanzi tutto un ascolto che precede sempre il dialogo. E' pura grazia di Dio, è irruzione divina che ci abilita previamente al dialogo individuale e comunitario. Per questo è necessario innanzi tutto prendere coscienza della chiamata di Dio: "Ecco sto alla porta e busso: se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui. Cenerò con lui ed egli con me" (Ap 3, 20)

Ma che cosa significa ascoltare Dio? "Ascoltare Dio" non significa certamente l'attesa di una comunicazione concreta, di un messaggio chiaro o di una notizia particolare. Semplicemente si sta in ascolto. In ascolto di Dio. "In senso biblico ascoltare, come amare, ha in se stesso la ragion d'essere. Ossia, non si ha bisogno di ascoltare "affinché…"; si ascolta e basta". (F. Kelly Nemeck, e M.T. Coombs)

L'incontro con Dio si realizza soprattutto attraverso la sua parola. Ciò suppone innanzi tutto l'iniziativa di Dio. Significa anche che le relazioni con Dio esigono la capacità di ascoltare la sua parola. Perciò, nella Bibbia, la parola ha un'importanza particolare perché è la mediatrice tra Dio e la creatura umana. 

Nel racconto della creazione è dimostrato che tutte le cose sono state create dalla parola di Dio e che tutte sono parola di Dio. Il mondo "narra" e "annuncia" il Dio creatore: "I cieli narrano la gloria di Dio, e l'opera delle sue mani annuncia il firmamento." (Sal 19, 2)
Non soltanto le cose, ma anche le persone sono parole di Dio. Soprattutto quelle che hanno un significato e una rilevanza specifici nella nostra vita. Quelle che Dio ci ha offerto come dono: la sposa è una vera parola di Dio per il marito. Egli deve ascoltarla, sentirla, accoglierla come tale. E il marito lo è a sua volta per la sposa. Così devono essere considerati i figli dai genitori e i genitori dai figli. La stessa cosa è per gli amici intimi: alcune persone siamo per altre un vero dono, una parola di Dio che ne arricchisce la vita. Un aspetto fondamentale, dunque, della nostra preghiera è ascoltare la parola di Dio che ci giunge attraverso le creature che Egli ha posto sulla nostra strada come un vero dono.

Sembrano solo belle parole…quante volte ci è capitato, invece, di arrivare al momento della preghiera  appesantiti dalla stanchezza e dalle nostre preoccupazioni, troppo confidenti nelle nostre povere risorse.
Poi ascoltando la Parola di Dio e le preghiere degli altri siamo riusciti ad aprirci anche noi, a rompere quel velo di deserto e di aridità.

Difficilmente però potremo ascoltare e accogliere le parole altrui se non siamo capaci di ascoltare noi stessi. Se non ci accettiamo così come siamo. La vera interiorità implica innanzi tutto l'accettazione di se stessi, il sentirsi bene nella propria pelle. Solo questo atteggiamento ci permetterà di ascoltare i nostri veri pensieri, i sentimenti, i desideri e così presentarci a Dio con autenticità, con la nostra nudità e con la gratitudine di figli.

Per essere capaci di pregare bisogna essere capaci di meraviglia, di gratitudine, e di godere del dono della vita. Non diamo tutto per scontato: lasciamo che riaffiorino in noi la riconoscenza e la gratitudine.
L'atteggiamento più vero e sincero nella preghiera è pertanto quello che ci permette di esclamare con il salmista:

"Signore, tu mi scruti e mi conosci, tu sai quando seggo e quando mi alzo.
Penetri da lontano i miei pensieri, tu sai quando cammino e quando riposo.
Ti sono note tutte le mie vie; la mia parola non è ancora sulla lingua e tu, Signore, già la conosci tutta.
Alle spalle e di fronte tu mi circondi e poni su di me la tua mano.
Stupenda per me la tua saggezza, troppo alta, io non la comprendo
." (Sal 139)

Siamo soliti distinguere quello che si riferisce alla comunità da quello che riguarda l'individuo, come se le due dimensioni fossero estranee l'una all'altra, come se l'intimo e il personale dovessero essere individuali e solitari. Ma perché il Signore ci insegnò a dire "Padre nostro" e non "Padre mio" ? Spesso dimentichiamo che il Padre nostro è la preghiera dell'essere umano, ma non del singolo che prende l'iniziativa come se fosse padrone di sé.

5.      Compartecipazione


L’équipe ci stimola a coltivare atteggiamenti interiori che ci conducano ad uno stile di vita cristiano, a mettere in discussione nel profondo i nostri valori, a dare una risposta al nostro progetto ed alla chiamata di Dio.
L’esperienza mostra che, senza certi punti di applicazione precisi, è difficile sollecitare regolarmente la verifica in équipe, pertanto è sempre importante rammentarli:

1)      “Ascoltare” regolarmente la Parola di Dio

2)       Riservarsi ogni giorno il tempo di un vero “incontro a tu per tu” col Signore (orazione)

3)      Ritrovarsi ogni giorno insieme, marito e moglie, in una preghiera coniugale (e se possibile familiare).

4)      Trovare ogni mese il tempo per un vero dialogo coniugale, sotto lo sguardo del Signore (dovere di sedersi)

5)      Fissarsi una “regola di vita” e rivederla ogni mese.

6)      Mettersi ogni anno di fronte al Signore per fare il punto durante un ritiro della durata di almeno 48 ore, se possibile, in coppia.

 Per noi è come se ci trovassimo di fronte al ‘Dove sei?’ del Cammino dell’uomo..[1]

Ogni volta che Dio pone una domanda di questo genere non è perché l’uomo gli faccia conoscere qualcosa che lui ancora ignora: vuole invece provocare nell’uomo una reazione suscitabile attraverso una simile domanda, a condizione che questa colpisca al cuore l’uomo e che l’uomo si lasci colpire al cuore. Adamo si nasconde per non dover rendere conto, per sfuggire alla responsabilità della propria vita. Così accade ad ogni uomo, perché ogni uomo è Adamo e nella situazione di Adamo. Per sfuggire alla responsabilità della vita che si è vissuta, l’esistenza viene trasformata in un congegno di nascondimento... A questo punto tutto dipende dal fatto che l’uomo si ponga o no la domanda. Indubbiamente, quando questa domanda giungerà all’orecchio, a chiunque il cuore tremerà… La voce non giunge durante una tempesta che mette in pericolo la vita dell’uomo; è la voce del silenzio simile ad un soffio, ed è facile soffocarla. Finchè questo non avviene, la vita dell’uomo non può diventare cammino.” 

L’équipe ci ha sempre dato questa sensazione di continuo cammino fatto di brusche frenate, di storie incomplete, di feste e gioie inaspettate, di profondo mistero. Proprio per questo il momento della compartecipazione incontra sempre delle difficoltà. Spesso non si sa bene dove collocarla. Ogni riunione ha una sua storia e una sua dinamica e non è facile creare il clima giusto dove ogni coppia possa compartecipare con gli altri le proprie ricchezze e le proprie povertà, le proprie gioie ed i propri dolori e chiedere eventualmente aiuto e consigli in modo che tutti si sentano realmente solidali del cammino di ciascuno verso il Signore.

 Due anni fa ho perduto mio fratello, più giovane di me di appena 20 mesi. Il tutto è avvenuto in pochissimo tempo (circa due mesi) e per me è stato un colpo durissimo. Nelle riunioni a cui ho partecipato i mesi successivi, ho preferito parlare poco di questo fatto, un po’ per orgoglio (non mi andava di pesare sugli altri), un po’ per un profondo disorientamento. Un po’ alla volta però ho cominciato ad allontanarmi dagli amici dell’équipe, indubbiamente il mio punto di vista diventava sempre più distante da quello degli altri ed ho iniziato a essere meno comprensivo verso le solite difficoltà che emergono quando, per esempio, bisogna fissare la data della riunione, o quando una coppia non partecipa perché presa da altri impegni. Tutto questo ha generato tensioni: mi sono reso conto che pretendevo di essere compreso senza in realtà aver compartecipato veramente il mio disagio. Pretendevo di minimizzare i problemi degli altri, ritenendo il mio problema in qualche modo più importante.

 La compartecipazione funziona veramente se ci avviciniamo ad essa con uno spirito profondo di conversione e di revisione della nostra vita individuale e di coppia. Non si tratta quindi di elencare alcuni punti o regole ma molto di più. Si tratta di mettersi in gioco, di scoprirsi soprattutto quando lo riteniamo meno opportuno e di chiedere la comprensione e la solidarietà degli altri per ritrovare  attraverso loro la fiducia nel Signore.

6.      Tema di studio

 L’amore non è possibile senza la conoscenza. Non si può amare senza conoscere né senza desiderare di conoscere sempre di più. Il tema di studio è uno strumento per nutrire questa conoscenza di noi e della nostra fede. Non si tratta di uno studio puramente intellettuale, ma di molto di più: della rivelazione del Dio vivente che ci interroga qui ed ora e che ci aiuta a meglio interpretare la nostra realtà di uomini e donne in cammino.

 Perché allora arrivare preparati con il tema di studio scritto?

 Perché quando i nostri scritti sono condivisi con altri, offriamo agli altri la possibilità di conoscerci così come noi ci percepiamo.
Significa quindi, per conseguenza, far circolare quella bellezza che noi stessi abbiamo trovato nel riflettere e nel creare.
Leggere di esperienze avvenute, scritte in prima persona ed in coppia, è infatti una grande fonte di insegnamento, per chi può trovarsi in situazioni analoghe.

Abbiamo avuto diverse esperienze di temi di studio in équipe di base, in équipe di servizio, in équipe jeune, in équipe di pilotaggio ed anche con il gruppo parrocchiale. Non sempre siamo riusciti a trovare né il tempo né il modo adatto per scambiarci i nostri punti di vista. Talvolta i temi ci hanno sollecitato di più, altre volte non sapevamo cosa dire o peggio cosa dirci. Questo si è sempre riflettuto nello scambio in riunione, più il tema era stato preparato in fretta e senza convizione e meno ci andava di ascoltare le riflessioni degli altri, con il risultato di impoverire la riunione.
Diverso è stato quando siamo arrivati preparati: pur avendo opinioni differenti, abbiamo fatto tesoro delle riflessioni degli altri. In alcuni casi si sono trasformate in occasioni di preghiera o di punti di sforzo. 

L’importanza di aver un quaderno della riunione

Ora vi mostriamo un quaderno dove sono appuntati anni ed anni di riunioni, ci fa molta tenerezza pensare che lì dentro è tracciata un parte importante della nostra storia di coppia.
Riaprirlo, consultarlo è un modo di esercitare la memoria, ma anche di ascoltarsi. L’ascolto di noi stessi che ci aiuta anche ad aumentare la nostra capacità di ascolto anche degli altri, e delle loro storie. E’ un modo di creare onde di condivisione che poi girano nell’aria.

In questi scritti sono tracciati momenti di duro scontro, momenti di silenzio, monologhi quando a prevalere era uno dei due ma anche momenti di sincera condivisone. Siamo coscienti che distrazioni, impegni di lavoro e preoccupazioni della nostra vita spesso ci spingono a rinchiuderci in una troppa angusta quotidianità.

 Abbiamo compreso che le nostre difficoltà avevano minor peso del desiderio che abbiamo entrambi di approfondire le nostre conoscenze ma soprattutto il nostro cammino di fede.
Arrivare alla riunione preparati, pertanto, per noi è sempre stato molto importante anche nel caso in cui non siamo riusciti a fare una riflessione insieme.
Preparare il tema di studio è l’occasione che fornisce nuovi orizzonti al nostro confuso progetto di coppia.

 Può allora il momento del tema di studio trasformarsi veramente anche in un’occasione di cambiamento?

Lo scambio in équipe può diventare una vera occasione di cambiamento se si valorizza soprattutto il dialogo. Nel dialogo: - si sospendono le nostre credenze, mettendole in gioco con gli altri;
- si ascoltano le opinioni altrui come se fossero le nostre;
- si tratta tutti, realmente ed interamente, da pari;
- si evita di voler prevalere;
- si è completamente sinceri, senza secondi fini o personalismi.
In un dialogo il fine è lo stesso dialogare, ovvero trovare il gusto di scambiarsi le proprie idee.

Muovere il pensiero, scrutare le opzioni da tutti i punti di vista, considerare tutte le opinioni è la maggiore ricchezza che possediamo per far crescere la nostra comprensione della realtà, le nostre capacità umane e discernere i segni dei tempi.

Per noi è importante arrivare alla riunione “come se” non sapessimo nulla di ciò di cui parleremo, o meglio pensando che quanto abbiamo elaborato in proposito abbia bisogno dell’apporto degli altri amici dell’équipe. Significa affrontare il dialogo con il desiderio di sapere sempre qualcosa di nuovo.

Questo atteggiamento corrisponde al principio del “non sapere” socratico e si riconnette all’idea di “saggezza filosofica”, consistente nella capacità di vivere serenamente la precarietà ma è anche ricerca dei principi del “retto pensare”.
Una considerazione merita la relazione tra pensiero ed azione, ovvero tra teoria epratica.
Una delle ragioni per cui la filosofia viene generalmente considerata inutile è il fatto che la si ritiene un’attività teorica ed astratta, e perciò senza conseguenza pratiche. Questa concezione non tiene però conto del fatto che il nostro pensiero ha un’influenza spesso decisiva sulle nostre azioni e perfino sulla nostra sfera emotiva: si fa e si sente anche in funzione di ciò che si pensa.
Di conseguenza, pensare meglio, in modo più preciso, più chiaro, più articolato, ha conseguenze fondamentali sulle nostre azioni e sul modo in cui reagiamo - anche in termini di benessere e soddisfazione - alle circostanze della nostra vita quotidiana.
“Questo è lo spazio del tema di studio: gli apostoli parlavano di quello che era accaduto e a noi è rivolto lo stesso invito, parlare e confrontarsi e cercare insieme il senso delle cose che accadono”  per rivedere  la nostra storia di coppia.
Ecco perché, dedicare tempo e spazio alla riunione d’équipe può radicalmente cambiare la nostra vita.

Concludiamo con una piccola parte del Vangelo di oggi:
“Alla fine apparve agli Undici, mentre stavano a mensa e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore perché non avevavo creduto a quelli che lo avevano visto risuscitato. Gesù disse loro: ”Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura.” (Mc 16, 15)

I discepoli riuniti a mensa testimoniano l’importanza di questa bellissima tradizione: l’agape fraterna. Gesù in questo caso li rimprovera per la loro durezza di cuore. Poi li invita ad andare in tutto il mondo a raccontare… e questo è sicuramente lo scopo più importante della nostra riunione: prepararci ad annuniciare insieme la buona novella del matrimonio.

Vi ringraziamo sinceramente per la vostra pazienza….!

Dario e Caterina Paoletti


 

[1] Buber Il cammino dell’uomo Ed. Quijaon


 

[i] Questa relazione trae spunto, oltre che dalla nostra piccola esperienza, da moltissimi contributi di altri équipiers ed anche da documenti del Movimento. Per le nostre ‘ispirazioni’ ringraziamo in particolare:

-          Gaia e Vito Lipari per le loro bellissime riflessioni alle riunioni della DIP romana

-          Carlo e Maria Carla Volpini per le loro numerose testimonianze e soprattutto il loro stile nel raccontarle

-          Tutta l’équipe RM 55 che continua a sopportarci nonostante tutto…

-          Gli estensori dello storico documento “La riunione d’équipe” che sebbene un po’ datato, rimane sempre una punto di riferimento fondamentale

-          Tutte le coppie ‘relatrici’ alle sessioni riguardanti i servizi in équipe.