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ALLA MENSA DELL’EUCARISTIA

Dalla strada alla casa

 

+ Mario Russotto

Vescovo di Caltanissetta

 

Introduzione

 Saluto tutti e ciascuno di voi, in particolare gli amici che vengono da altre diocesi. Sono stato coinvolto a fare con voi una riflessione sull’Eucaristia e la famiglia cristiana. Il testo che ho scelto per questo incontro mi pare che abbia molto da dire alla famiglia, basta vedere, per esempio, la sequenza dei luoghi in cui si svolge il racconto: una strada; una casa dove si fa esperienza di famiglia attorno al pane spezzato; dalla casa si torna alla strada, per arrivare in una… chiesa, perché la strada di ritorno da Emmaus a Gerusalemme arriva alla comunità, quindi all’ecclesìa.  Abbiamo così la strada con l’esperienza di una coppia di discepoli che vive un momento di delusione, di rabbia, di accusa reciproca. Poi arriva questo straniero, lo ospitano, entrano in una casa. Lì accade qualcosa di straordinario: la coppia di discepoli si apre ad una dimensione di ospitalità e di accoglienza e riceve il dono del pane spezzato e una luce che li spinge a ripercorrere la strada nella notte per arrivare alla comunità con un “vangelo” da comunicare.

 Se ora notiamo i sentimenti di questa coppia di discepoli, ci accorgiamo che cambiano rispetto al cambiamento dei luoghi in cui si svolgono i fatti. Nel primo percorso questa coppia di discepoli vive un clima di rabbia, di reciproca accusa, di delusione e di scoraggiamento. E’ la fine di un sogno. svanisce l’ebbrezza dell’innamoramento… E’ il momento in cui emerge la verità di quello che si è, e quindi emerge anche la povertà, la fragilità, la debolezza… Tutto viene alla luce al “naturale”. E allora nasce l’accusa reciproca, la lamentela e la vita di coppia diventa una lagna continua, si entra in una sorta di lamentazione perché tutto va male, tutto ha perso senso e colore. Il segnale più evidente in questa fase della vita di coppia è la perdita della gioia: non c’è più gioia nello stare insieme né nella propria individuale vita.

Dopo l’accadimento in quella locanda di Emmaus, ritroviamo questa stessa coppia che ripercorre la strada, quindi torna indietro. E’ una sorta di inversione della vita o conversione. C’è un ritorno alla comunità, alla chiesa da cui erano fuggiti, ma stavolta il passo è spedito e non più lento, c’è esultanza nel loro cuore e nel loro atteggiamento: la tristezza è scomparsa. Adesso hanno trovato qualcosa che vogliono condividere con gli altri. E quindi, nonostante sia notte, i loro volti sono luminosi.

 In questo racconto troviamo anche una sequenza di momenti liturgici: la fractio Verbi (la liturgia della Parola), la confessio vitae (il confronto della propria vita con la Parola), la fractio Panis (la liturgia eucaristica), la missio (il bisogno di annunciare e condividere l’esperienza di gioia vissuta con Gesù). 

1. L’icona di Emmaus: spunti di Lectio (Lc 24,13-35)

Il brano di Luca ci presenta il duro cammino della fede  e la difficoltà ad accogliere e capire il mistero del  Crocifisso Risorto.   

            1.1. Assenza e fuga

 Due discepoli disillusi abbandonano il luogo degli avvenimenti, in un certo senso fuggono dalla città del dolore e dalla comunità smarrita... Crollano gli ideali per i quali avevano giocato la vita rischiando tutto, lasciando tutto... Tutti i sogni vengono infranti dall’amara constatazione del Dio assente...

 Questo accade anche nella vita di coppia, quando i sogni di un ideale di matrimonio o di famiglia sembrano crollare perché ci si scontra con le fatiche di ogni giorno. Anche il sogno di avere figli si scontra nella quotidianità con pannolini e pappette… E allora i silenzi in famiglia divengono pesanti e si vivono momenti difficili… Anche nei confronti della comunità ecclesiale si possono vivere momenti difficili, perché il prete - chiedendovi servizi che richiedono tempo - vi preferiva fidanzati o vi aspetta più anziani quando i vostri figli saranno grandi… E allora ci può essere anche il rischio di sentire la delusione nei confronti della comunità ecclesiale.

 Uomini e donne diversi, di cultura e spiritualità differenti si erano ritrovati insieme a costituire una comunità, perché attirati dal fascino di Dio in Cristo. Erano stati chiamati (cfr. Mc 3) e costituiti in comunione innanzitutto perché stessero con Lui. E Lui ormai è morto da tre giorni. Non si può “stare” con un morto. E così il senso del Dio assente, del silenzio che viene dalla voce della morte, frantuma la comunità.

 Non resta che la fuga, il ritorno nel privato e nelle proprie case. Trent’anni di silenzio e di nascondimento per lanciare la sconvolgente notizia di un inedito evangelo; tre anni per svegliare i sogni dei pescatori di Galilea e dei peccatori di Israele. E solo tre giorni per coltivare un’irreale speranza: un morto che ritorni alla vita. Tre giorni per convincersi che tutto è crollato, che ci si era illusi invano. Tre giorni per guardarsi dentro e dire a se stessi con amarezza: è stato tutto un fallimento.

 E’ imbarazzante rimanere a Gerusalemme rinchiusi in una stanza che raccoglie solo sognatori falliti. La paura di fare la fine del Maestro comincia a serpeggiare nelle loro coscienze. Ad essa si aggiunge l’imbarazzo di non avere più nulla da dire, la difficoltà di trovare solo parole luttuose di circostanza, di leccarsi le ferite di una comune tragedia. E allora... è meglio fuggire! E’ meglio tornare «in fretta» alle proprie case, in un esodo senza più ritorno. Tre giorni di un vano avvento e una mattinata per decidere che ormai tutto è finito. Non resta che fuggire...

             1.2. L’inquietudine del terzo

 «Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo... Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli disse: “Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?”. Domandò: “Che cosa?”» (Lc 24,15-19).

 I due camminano. Si cammina sempre... Il cammino dei due discepoli indica che la vita non si ferma, anche quando si fanno opzioni pragmatiche di ripiegamento in se stessi. La lingua dei due discepoli non è quella della comprensione, ma della divisione. C’è un contesto di litigio, di rabbia, di anonimia. Un “terzo”, uno straniero, si fa loro prossimo e sincronizza i passi con i loro: farsi prossimo e sincronizzare i passi con gli smarriti di cuore. Questi due verbi riassumono tutta la missione di Gesù. In Cristo Dio si fa vicino agli uomini, entra nella loro storia e ridà vita alla loro esistenza quotidiana. Nei due discepoli è morta la speranza, sono in crisi: «avevano il volto triste», anzi “abbattuto” dice il testo greco, proprio come il volto di Caino quando decide di uccidere il proprio fratello.

 I due discepoli avevano i loro progetti e le loro speranze; desideravano un Messia sulla misura delle loro ambizioni e delle loro attese. La morte di Gesù, condannato come un malfattore, non era compatibile con questi progetti: da qui la profonda delusione. Era rimasta una piccola speranza: la risurrezione, ma anche questa è fallita: «sono già tre giorni da quando queste cose sono avvenute» (24,21) e non è successo niente che li aiuti a credere. Troppo spesso inchiodiamo il Cristo alla croce delle nostre attese, invece di inchiodare le nostre attese nella Croce di Cristo!

 Gesù si presenta ai due fuggitivi come il “terzo”, il forestiero, lo straniero. Il “terzo” è l’Altro, che irrompe nella mia esistenza e vi giunge come un ad-ventus, come un venire a me. Il “terzo” non ha la visione stereotipata dell’uomo e del mondo, in quanto “terzo” è la novità  e mi provoca, mi interpella, mi cambia, perché parla con me, con noi spezzando il monologo fatto a due in un dialogo autentico.  Ma i due non sanno vedere oltre la vista, non capiscono che il “terzo” è proprio Gesù. E questo perché «i loro occhi erano impediti dal riconoscerlo». Gli occhi materiali non sono sufficienti. Ci vuole la fede e Luca ne traccia il duro cammino in tre tappe: ricordare-meditare-celebrare: ricordare i fatti, confrontarli con le Scritture, spezzare insieme il pane.

             1.3. La compagnia della Parola: dal senso al significato

 I due sono dei bravi cronisti: raccontano i fatti senza comprenderli. Questa è la drammaticità del loro monologo dialogato. Sono così precisi nel delineare gli avvenimenti, ma non si sono lasciati comprendere dall’avvenuto; sono dei bravi cronisti ma non degli interpreti e questo perché, pur conoscendo la parola di Dio, non sanno essere ermeneuti, non praticano il discernimento.

 Camminando con i due viandanti lungo la strada, Gesù ascolta la loro storia e li invita ad ascoltare ciò che stanno vivendo. Nel frattempo Egli tace: è sufficiente che sia «con loro» lungo la via. Prenderà la parola soltanto quando avranno finito, per rivelare e spezzare i limiti della loro fede, manifestando ciò che avviene nella storia di ciascuno e che è possibile “riconoscere”, se si sa veramente ascoltare. Ascoltare come?

 I due discepoli conoscevano molto bene le Scritture, così come ancora oggi le conoscono gli Ebrei. Eppure esse non sono state e non sono per loro un mezzo per riconoscere in Gesù l’inviato di Dio. E questo avviene perché essi si ostinano a rifiutare Gesù, come icona del volto debole di Dio. Quello che costa capire infatti è la Passione, la Croce: «Ed egli disse loro: “Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti!”» (Lc 24,25).

Ebbene, la parola di Gesù centra subito l’argomento e dice che dalle Scritture si può desumere che «il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria» (Lc 24,26). Siamo al momento dell’ascolto della Parola, il momento esaltante in cui la Parola non è più fredda informazione religiosa e neppure poesia: ma è ormai messaggio di fede che entra nella conchiglia del cuore e non soltanto nella conchiglia dell’orecchio. E’ una conquista che i discepoli fanno lentamente; è il momento della liturgia della Parola.

1.4. La locanda dell’amicizia: l’apparizione disparente

 «Fece finta di voler continuare il viaggio». Perché questa “finta”? Siamo alla svolta del racconto: i due escono dalla sfera del privato e dai loro problemi personali e si aprono all’attenzione al “terzo”, al forestiero: è lì la loro conversione. I due non sono più quelli di prima: delusi, litiganti, tristi, sconvolti. E senza saperlo lo chiamano per nome: «Signore, resta con noi (Mane nobiscum Domine!)».

 Avviene come in Gen 18,1ss. quando Abramo vede davanti alla sua tenda tre uomini sconosciuti. E’ il fulgore di un’intuizione, che determina un capovolgimento nello sguardo interiore: egli li ferma, li invita, li ospita. Ma mentre Abramo intuisce subito nei tre sconosciuti la presenza del divino, i due di Emmaus hanno ancora gli occhi chiusi, accecati dalle proprie visioni: non sanno riconoscere l’apparizione disparente del loro Signore. Ma basta un invito perché il cammino del riconoscimento sbocchi nel lampo di un incontro, all’insegna di un pane spezzato. I due diventano “grandi” perché imparano ad ospitare.

 La Parola ci accomuna in una stessa fede e ci porta a spezzare il pane, cioè a celebrare l’Eucaristia. Entrati in quella casa, seduti a mensa, si raggiunge la meta ultima. Cristo spezza il pane: l’espressione “frazione del pane” sarà usata da Luca in At 2,42 per descrivere la comunità di Gerusalemme.

 La fractio panis genera all’improvviso la rivelazione; i «loro occhi si aprirono». Il racconto lucano è rivelazione del Cristo risorto all’interno della liturgia della Parola e della liturgia Eucaristica. Luca vuol dire a tutti i cristiani che verranno: Voi che siete magari pieni di nostalgia per non aver potuto conoscere il Cristo nella carne, ebbene Cristo voi lo incontrate ogni volta che celebrate l’Eucaristia. Quando voi partecipate alla liturgia della Parola, il vostro cuore deve ardere perché è Lui che spiega e proclama la Parola; quando spezzate il pane è Lui che voi incontrate. Ogni Eucaristia è un’apparizione pasquale, cioè un’esperienza di fede, un incontro con il Cristo.

 Il pane in questo rompersi apre, libera l’invisibilità del mistero e rifrange una luce corrispondente agli occhi, che di fatto si aprono ad una visione mai intravista. Il pane spezzato risuscita nel cuore la memoria. Ma non si tratta di un ricordare nostalgico, bensì di un “fuoco”, che rischiara il cammino dal passato verso il presente e schiude le porte del cuore ad una gioia inesprimibile. E lì, al riparo di una locanda di campagna, scomparendo Gesù si rivela.

 «Tutto ciò accade nel più grande silenzio. La divisione del pane, il dischiudersi degli occhi, il muto riconoscimento, la scomparsa sono durati appena un istante... Un istante per intravedere l’apparizione disparente e poi tutta la vita per stropicciarsi gli occhi e parlarne!... L’uomo che ha riconosciuto, fosse anche una sola volta in vita sua, fosse solo per lo spazio di un istante, la purezza e l’innocenza a lungo disconosciute, potrà dire anch’egli: Ieri sera alla locanda un viaggiatore sconosciuto aveva un non-so-che di lontano nello sguardo; il suo volto era dolce e stanco; sui sandali si vedeva ancora la polvere del cammino. E questo sconosciuto era un dio. E questo sconosciuto era Dio» (V. Jankèlèvitch).

       1.5. Nella notte la fretta del cammino

 La gioia dell’incontro vero e reale con il Cristo Parola e il Cristo Eucaristia è un’esperienza che va annunciata, comunicata in uno slancio vero e profondo, in un cammino missionario ed evangelizzatore verso la città. Gesù si rende nuovamente invisibile, ma i due discepoli non cadono nella tristezza. Sanno già quello che devono fare: ritornare a Gerusalemme e, sulla base della loro esperienza di fede, ricostruire con gli altri discepoli la comunità.

 L’Eucaristia, pane spezzato d’amicizia di fede, illumina il sentiero notturno che si deve intraprendere. I due di Emmaus attraversano il buio della notte perché hanno attraversato la luce dell’ospitalità. Gesù aveva spezzato prima il pane della Parola di Dio, poi il pane dell’amicizia e della comunione. E appena i discepoli si aprono all’intelligenza della fede, Gesù si ritrae. La sua presenza non è più necessaria: adesso sono capaci di camminare da soli.

Infatti, una volta che Gesù si è fatto da parte, i discepoli da soli ripercorrono la strada e fanno ritorno a Gerusalemme con entusiasmo e gioia, con in cuore la speranza e un “vangelo” da annunziare, proprio alla comunità smarrita e nella città che aveva ucciso la loro speranza. Il cammino del ritorno avviene nella notte, ma anche quella notte per i discepoli si riempie di luce: ora essi “vedono”. La loro meta non era Emmaus, ma Gerusalemme e ritornano in fretta alla “loro” città per aiutare gli altri a vedere. Non importa che poi gli altri capiscano o credano, quel che importa è aiutarli a capire e a credere condividendo la gioia della speranza ritrovata. E così Parola ed Eucaristia generano gioia e senso del cammino, facendo ritrovare l’ebbrezza della comunità, descritta in Atti degli Apostoli.

 2. L’estasi e la bellezza della koinonia: spunti di Meditatio

 In Atti degli Apostoli leggiamo che i cristiani «Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere... Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune... spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore...» (At 2,42-47). Luca presenta la comunità mettendo in particolare evidenza la comunione dei cristiani nell’ascolto della Parola, nella frazione del Pane e nella condivisione della preghiera e della gioia.   

2.1. La fractio Verbi

 La koinonia (unione fraterna) è l’intreccio di identità e alterità. Si dà comunione là dove c’è distinzione e unità. La koinonia implica una affettiva ed effettiva comunione di vita e di beni e indica la comunione profonda dei cristiani, alimentata dall`aver ricevuto il medesimo Spirito e l’identica fede che si esprime a livello liturgico, spirituale e comunitario. Tale koinonia è radicata nella fractio Verbi: la potenza della parola di Dio ascoltata, creduta, vissuta e testimoniata. Perciò la fractio Verbi è fondativa della Comunità e raggiunge il suo culmine nella fractio Panis, cioè nell’Eucaristia, celebrata in un clima di preghiera e in una dimensione di profonda gioia. 

            2.2. La fractio Panis

 La frazione del Pane allude al memoriale della Cena del Signore. Perché una Comunità possa veramente essere Chiesa deve vivere dell’Eucaristia, consapevole che «Quando tu, cristiano, ti nutri dell’Eucaristia, diventi ciò che mangi!» (Leone Magno). L’Eucaristia cristifica il credente e la comunità. Nutrirsi dell’Eucaristia è lasciarsi trasformare da Essa in rendimento di grazie vivente e quotidiano. La comunità diventa Chiesa perché si nutre dell’Eucaristia e celebra concordemente e con gioia la quotidianità della preghiera.

 «L'Eucaristia è capace di plasmare la vita dell'uomo secondo un modello, un'impronta, una figura che è Cristo stesso nel gesto supremo della pasqua; e la chiesa è appunto la comunità di coloro i quali lasciano che sia l'Eucaristia a dare forma, consistenza, dinamismo ai ritmi della loro vita personale, ai rapporti comunitari, ai progetti sociali, alle iniziative di riforma della convivenza umana» (C. M. Martini).

 Nel memoriale eucaristico la Chiesa nasce dunque come popolo servo, comunità di servizio. L’Eucaristia plasma dei servi del Signore, ben più e ben prima di plasmare persone che “fanno dei servizi”. Perciò, suggerisce Ireneo di Lione, il nostro modo di pensare e di servire sia in accordo con l’Eucaristia e l’Eucaristia plasmi il nostro modo di pensare e di servire.

 Questo servizio, modellato sul sacrificio della Croce, di cui l'Eucaristia è ripresentazione sacramentale, fa dell'esistenza cristiana un'autentica "proesistenza", un esistere per gli altri, totalmente ricevendosi da Dio e totalmente donandosi agli uomini. La bellezza che salva si fa eloquente specialmente nel dono della vita quotidianamente offerta per amore, fino alla fine...

 La comunità plasmata dall'Eucaristia è l’insieme delle persone che si riconoscono unite da un munus (da cui communitas), e il munus indica il dono che si fa, non quello che si riceve; è la comunione di coloro che si sanno debitori gli uni verso gli altri, e debitori dell'amore, dell'agape: «Non abbiate alcun debito con nessuno se non quello di un amore vicendevole» (Rom 13,8). Debitori, dunque, di ciò che si è gratuitamente ricevuto e che si dona a propria volta ricordando le parole di Gesù: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,8).

 In quanto siamo amati da Dio e nell’Eucaristia facciamo esperienza del suo amore gratuito per noi, possiamo diventare capaci di metterci gli uni verso gli altri in atteggiamento semplice, amorevole e disponibile al servizio. Se Dio è stato così solidale con noi in Gesù Cristo dando la vita per noi, la conseguenza è l’impegno della solidarietà nostra nell’amore perché tutti abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza. Dall’Eucaristia, perciò, scaturisce l’imperativo di Gesù: «Va’ e anche tu fa’ lo stesso!» (Lc 10,37).

            2.3. La fractio Gaudii

 L’Eucaristia, memoriale del Crocifisso Risorto e icona della Comunità, va celebrata con gioia e con «semplicità di cuore» ed esclude gli interessi egoistici (Rom 12,8), l’ipocrisia (Ef 6,5), il plauso degli uomini (Col 3,22). Implica invece una grande sincerità e generosità (2Cor 8,2; 9,11), soprattutto nella vita di comunione all’interno della Chiesa.

 Noi cristiani abbiamo la vocazione alla gioia, che sgorga dentro di noi in forza della Parola e dell’Eucaristia. In quella gioia è la nostra reciprocità comunionale, la nostra vera amicizia, il godere la vita che è dono immenso di Dio in vista del Regno... Viviamo la gioia! Perché la gioia è un fatto di vita, è questione di senso che riguarda l’essere e il vivere. La gioia tocca la vita! Si è nella gioia e si può esperire la gioia solo se si è “vivi”; se si gusta, si cerca e si scopre con stupore il senso della vita, la meta verso cui la freccia della nostra fragile preziosa esistenza è orientata.

 Se noi non siamo testimoni della gioia, allora l'umanità sarà inondata dalla tristezza. Ma dove attingere l’aria pura della gioia, la fresca acqua che dà senso e rigenera la vita? S. Agostino così risponderebbe: «Tu ci hai creati per Te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te». La gioia - scriveva Paolo VI nella ”Gaudete in Domino” - viene d’altronde. E’ spirituale.

 La gioia sgorga spontanea in noi quando attraversiamo il crocevia dell’amore, ricevuto e donato. Quando qualcuno si piega con gratuità e amicizia verso di noi e sa ascoltarci e capirci, allora sentiamo sorgere spontanea in noi la gioia: è come la rugiada che si posa rinfrescante e delicata sul filo d’erba. Pensate alla gioia della Samaritana in quell’assolato mezzogiorno al pozzo di Sicar. Pensate alla gioia di Bartimeo, il cieco guarito da Gesù. Pensate alla gioia di Zaccheo, o di Pietro il rinnegatore che sente su di sé lo sguardo di amore e di perdono di Gesù: il Tradito va a dare la vita per il traditore. Pensate alla gioia dell’adultera: «Va’ e d’ora in poi non peccare più», o della peccatrice: «Molto ti è perdonato perché molto hai amato». Pensate alla gioia dei due scoraggiati discepoli in fuga verso Emmaus che il forestiero Gesù ascolta, comprende, riprende, ama, spezzando con loro l’Eucaristia, come pane di perdono e di amicizia.

 Ma «c’è più gioia nel dare che nel ricevere». Pensate al pastore che va in cerca della pecora smarrita e quando la trova se la porta sulle spalle pieno di gioia. Pensate alla gioia della donna che trova la sua dracma smarrita. Pensate alla gioia di Gesù quando constata il successo della missione dei suoi discepoli. Pensate alla gioia di quel padre: quando vede il giovane figlio come uno straccione ritornare a casa, «commosso gli corse incontro... bisognava far festa e rallegrarsi perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto e l’abbiamo ritrovato».

 Amante perché amato per primo, il credente è un uomo «lieto nella speranza» (Rom 12,12), che cammina serenamente, con passo fermo e spedito, verso «la stella del mattino» (2Pt 1,19), Cristo Gesù. Non c’è nulla di più anticristiano della sfiducia, dello scoraggiamento e della stanchezza spirituale. Per noi credenti la sorgente della gioia è nello sguardo di compassione che Dio posa su ciascuno.

 Cosa augurarvi al termine di questa nostra conversazione? Desidero consegnarvi quello che dice Sant’Agostino, augurandovi di: «correre amando e amare correndo... Guarda a Colui dal quale sei stato fatto bello».